Dimensioni: 76,2 x 63,5 cm
Data: 1861
Tecnica: Olio su tela

Collocazione
Collezione privata

Autore
James Digman Wingfield ( 1800 – 1872)

Soggetti
Budrière, Calze, Camicia, Cappa, Farsetto (giubbetto, zupone), Gala, Guanti, Jabot, Merletti (pizzi otrina), Mussola (o mussolina), Parrucca, Rhingrave, Scarpetta (scarpina), Vertugato (verducato, verduco, vertugade), Polacchino



Descrizione
L’artista dà vita a una scenetta che Samuel Pepys ha raccontato nel proprio diario. L’episodio risale a mercoledì 15 novembre del 1665. L’elegante signore sta aiutando una giovane fanciulla ad attraversare la strada: è un po’ impacciata perché non vuole sporcare le sue nuove scarpette di raso bianco. Il doppio ritratto offre un confronto tête-à-tête tra il costume barocco maschile e femminile. A metà del XVII secolo è la corte di Luigi XIV ad abbigliare l’intera Europa. La supremazia culturale e politica francese non conosce infatti eguali in quegli anni. Comincia a delinearsi una moda maschile modaiola e capricciosa, ricca di dettagli, fronzoli e orpelli. Dalla testa ai piedi gli uomini del Seicento sono più agghindati di una dama di corte: sotto il piumato capello alla moschettiera, dalla tesa ampia e piatta e dalla cupoletta larga, straripa un parruccone abboccolato che cade sulle spalle. Le fluenti e vaporose parrucche erano considerate “la cosa più barocca di tutto il barocco”. Per dar maggior risalto alla parrucca, la moda cinquecentesca degli “zucconi” (coloro che portavano la folta barba unita alla chioma) finisce. Ora gli uomini si radono completamente il volto e applicano sulla gota un vezzoso neo, sempre più grande e sempre più annerito. In quegli anni il farsetto esiste e non esiste allo stesso tempo, poiché la vera protagonista è la camicia, che appare un po’ ovunque: al collo, al petto, all’avambraccio ed è sempre minuziosamente composta in pieghe e sboffi, guarnita di trine e ricami. La giacca del farsetto si accorcia a tal punto, diventando quasi un bolero. In perfetto stile barocco, i calzoni alla rhingrave, dalle trombe tanto larghe e infioccate da sembrare una sottanina per signore e signorine. Si tratta effettivamente di una gonnella risvolata a pantaloni, lunga fino alle ginocchia, formando un voluminoso e morbido involucro all’interno del quale si fissano le calzette rosse. Per una strana mania, il colore delle calze è sempre abbinato alla fodera della cappa, semplicemente appoggiata sulle spalle, che richiedeva una certa arte per essere indossata e sfoggiata. Nel Seicento la cappa non è infatti più vista come un rude indumento soldatesco. Ora è prescritta per il vestir di gala e il vestir da città. Lo stivale a imbuto è certamente la calzatura più in voga, ma per gli elegantissimi del periodo la scarpa ideale è una leziosa scarpetta di vernice nera, con alta linguetta, fibbia dorata e tacco laccato di rosso. Guanti con venature sul dorso e un’elegante budrière di broccato d’oro sono di chiara ispirazione cavalleresca. Il cravattino jabot di pizzo bianco è chiuso con un nodo di nastro. Una ricchissima profusione di nastrini e frangette impreziosisce ai bordi ogni singolo pezzo dell’abito. La giovane damina indossa un completo dai colori variopinti. La mise seicentesca spesso e volentieri è divisa in due capi: uno a copertura del busto e l’altro dalla vita in giù. La sopravveste verde è un polacchino, che copre busto e braccia, si ferma in vita con una piccola falda sagomata e scende poi sul retro aprendosi sul sottanino a strisce bianche e rosa. Sollevata sulle anche dal vertugato, la gonna inizia ad accorciarsi e a scoprire le scarpette. Le maniche della camicia determinano ora la finezza e la ricercatezza di un abito: confezionate in mussolina, si aprono al polso a corolla. L’effetto svolazzante è ottenuto arrotolando l’interno della stoffa con una fitta gala arricciata. Un enorme fiocco rosso è appuntato al centro della collaretta piatta di pizzo. In testa, un cappuccio annodato sotto il mento.

Fonte: Rosita Levi Pisetsky, Storia del costume in Italia, Vol. III, Milano 1964, pp. 331-390; Rosana Pistolese, La moda nella storia del costume, Bologna 1979, pp. 155-157.
Clara Pellegris